Claudia Bottini

Ferruccio Ramadori di Claudia Bottini

Scrivere un testo critico su Ferruccio Ramadori vuol dire approfondire la storia dell’arte umbra degli ultimi quarant’anni, attraverso i cataloghi, le mostre, gli studiosi che raccontano il suo percorso artistico. Vuol dire scoprire prima di tutto, un «uomo dal cuore grande» come lo ha tante volte definito Eugenio Giannì, «allegro spensierato[…]fortemente emozionabile sia sul piano umano che dell’arte» poi un pittore, scenografo, scultore e astrattista, caratteristiche che fanno di lui un artista poliedrico come pochi altri, pienamente inserito anche negli ambienti artistici europei. Per capire quest’artista, per sua stessa definizione, esoterico, che indaga cioè la natura interna dell’uomo, occorre andare oltre il piano dell’interpretazione formale delle sue opere. Bisogna scavare più a fondo e reperire i significati che si nascondono nelle sue composizioni e che quasi sempre hanno un nesso con la sua vita. Per Ramadori la forma, in ogni sua specie, figurativa, astratta, geometrica o simbolica è manifestazione significante di una realtà, memoria di un’immagine mentale che egli traduce con la sua sensibilità eidetica in segni sonori, grafici e cromatici. Come scrive Kandinsky, ci insegna ad “ascoltare” la forma, aprendoci alla possibilità di entrare nell’opera, diventare attivi in essa e «vivere il suo pulsare con tutti i sensi». Il primo elemento da cui non possiamo prescindere, studiando il suo percorso e guardando le nuove opere in mostra è l’acqua. Lo scrittore trentino Giancarlo Mariani nel 2001 lo definisce «pittore dell’acqua», «non certo dell’acqua agitata o colpita da fortunali o da raffiche che mettono in pericolo la vita dei navigatori di Turner: qui si tratta al contrario –d’un’acqua come assorta nell’immobilità. Assorta perché pesante. Pesante perché viva: viva di vita formale e d’emozioni cromatiche[…]. E ti rendi conto infine che come tutto ciò che ti precede dall’acqua è nata e s’è formata la tua memoria.[…] Nell’acqua di Ferruccio in questo modo sta fossilizzata eppur mutevole la memoria dell’umanità». Fin dagli anni Ottanta, le sue bellissime e sironiane donne nude (Amanti offese, 1986 o Bagnanti del 1985), sembrano avvolte dalle onde fluenti di un mare che ne esalta il sentimento di tristezza e sconforto dipinto sui loro volti o reso dalla tensione dei loro corpi. Negli anni Novanta è ancora più vicino all’acqua, il suo studio è a Tuoro, sulle «rive del lago Trasimeno[…]ed è la che da vita ai suoi dipinti […]». In opere come Il treno e il Trasimeno (1994) o in Acquario interiore (1996), scrive ancora Mariani, «possiamo volare con lui di stella in stella o tuffarci in abissi senza fondo e poi riaprendo gli occhi ci troviamo pur sempre sulla riva del lago Trasimeno quel lago che Ferruccio non vuole abbandonare e ne sa illuminare i vapori, la luna e le stelle». L’acqua è anche un Fiume in piena, il grande astratto del 2015. L’opera è divisa in due scene, sopra i colori luminosi della nostra esistenza, in basso, gli stessi colori, si depositano sul fondo. Quei colori, linee e forme sono i nostri ricordi, che come detriti si accumulano sul letto del fiume, destinati ad essere riletti, ridefiniti, messi in discussione con il passare del tempo, con la “piena” che muove il fondale. Non a caso Paolo Nardon aveva definito i suoi dipinti, «paesaggi interiori», «luoghi della memoria in forma di suggestioni coloristiche; sono le descrizioni poetiche di sensazioni rimaste a lungo depositate nell’interiorità». Il flusso dinamico della memoria è anche rappresentato nelle opere di Ramadori dal Pentagramma, la “strada delle note”, come lo definisce l’artista. Il pentagramma che serve a definire, nella sua forma a stella, il simbolo per eccellenza dell’uomo-microcosmo, è nelle sue opere, dal 2005 in poi (Sinfonie, Canto del bosco, Riflessi cromatici), ritmo segnico, cammino che ogni uomo compie nella vita, lasciando tracce lungo il percorso. Grandi tele orizzontali di cui colpisce la costruzione grafica e coloristica, il gioco della luce e dell’ombra, che regge la narrazione e ne costituisce lo spazio: le cadenze, le pause, le fughe e i rallentati, inseguono una percezione psicologica ed emotiva vicina alla musica, altro elemento fondamentale dei suoi dipinti. Le linee sottili, gli esili fili che si intrecciano sopra al pentagramma rappresentano dice Ferruccio, “la precarietà della vita, sempre presente nei miei dipinti”. Grovigli e segmentazioni vibranti, che creano una scrittura sospesa, lievitante satura di luce, che si concretizza in un sistema di segni evocanti esperienze interiori, come a voler catturare, in una sorta di diario intimo e segreto il portato della memoria; una memoria personale che si sovrappone alla memoria della storia. Ramadori crea un rapporto cromatico puro con la musica, il pentagramma al centro delle composizioni, si orienta secondo le linee parallele in ritmi che ne esaltano il significato luministico. Come i futuristi evidenzia la carica misteriosa della luce e da vita ad immagini e paesaggi fantastici in tutte le sue opere. In Notturno, Cadenze ritmiche, del 2004, o Sinfonia Notturna del 2002, o nella più recente Geometrie notturne, rende spettacolare la sintesi tra colore, elemento dello spazio e il suono, elemento del tempo. La luce, proveniente dal centro del quadro e con diverse graduazioni, si contrappone con forza all’oscurità che la racchiude. Nella nuova opera Frammenti mozartiani, a queste suggestioni si aggiungono elementi architettonici eleganti e settecenteschi, cornici che creano un quadro nel quadro. Come nel L’armatura del guerriero, sempre del 2015, dove su un fondo rosso, crea un pannello astratto, una quinta scenografica da cui si staccano frammenti, tessere della composizione geometrica. Già in Frammenti musicali (2002), Tempio (2001) o Finestre di Napoli (1999), Ferruccio compone le sue “scene sospese”, costruendo lo spazio e lo sfondo di una rappresentazione irreale. La tradizione, la lezione del disegno, confluisce nell’opera contemporanea di Ramadori maestro di scenografia, diplomato all’Istituto d’Arte di Spoleto con il prof. Alberico Morena. Di questa scuola, riportava Eliana Pirazzolli in un articolo sul Il Messaggero del 1985, «è rimasto il pittore, la capacità costruttiva dell’immagine, ma anche - e questo genera stupefazione – il senso dell’indefinito, del divenire. “Inferiate, porte finestre, scale, il paesaggio medioevale - dice lui - e la stessa figura che lo penetra, sono quello che resta della ricchezza antica. Più che geometrie sono sentimenti”». E la figura geometrica che sicuramente si ripete di più nelle sue opere è il triangolo. Forma pitagorica, simbolo di armonia universale è disegnato da Ramadori al centro del quadro, nucleo buio dai cui emana l’energia e luce. Oppure diventa supporto di grandi composizioni, la cui struttura triangolare serve ad amplificare la loro carica simbolica. Il triangolo ha una tale forza visiva che riusciamo a vederlo anche quando non c’è, come dimostra Ferruccio scrivendo le sole le lettere A B C. La forma verrà “disegnata dalla mente”, ci spiega. Ramadori vede l’individuo come parte di una coscienza collettiva, il quale condivide i significati profondi degli archetipi, quel patrimonio di conoscenze di un inconscio universale. Lettere e numeri si pongono allo stesso tempo come forme visuali e come codici, così che l’intera superficie del quadro si configura come una più ampia forma simbolica. I numeri romani rappresentano il tempo. Ne Il tempio del tempo (2014), il tempo è come raddoppiato grazie alla proiezione ortogonale dei numeri sulla tela. Le immagini, sono un riflesso, uno sdoppiamento della realtà. Simbolo numerico è anche la scacchiera, che scomposta o solo rappresentata da alcuni quadrati, la ritroviamo nella maggior parte delle sue opere. La scacchiera bicolore, rappresenta l’eterno dualismo: bene e male, maschio e femmina, luce e tenebra ecc. e il 64, cioè il numero delle caselle, è in alcune tradizioni orientali, il numero della realizzazione dell’unità cosmica. Per Ramadori tale diagramma è simbolo dell'esistenza, concepita come un “campo d'azione” che deve sempre in ogni caso tendere alla perfezione. Ferruccio Ramadori trasforma le immagini, che abitualmente siamo abituati a vedere in base al senso comune, in immagini che ci trasmettono l’idea di un diverso ordine della realtà. «Cavaliere verso il Graal», come lo definisce Mimmo Coletti, «studioso della pietra filosofale, alchimista con il suo mortagli d’agata: Ferruccio raccoglie e condensa. E il risultato è ricco d’interrogativi». La sua arte è sprofondamento nel regno in cui hanno radice tutti i pensieri creativi ed il suo mondo è analogia con il processo della creazione del mondo. Così, procedendo all’interno di questo mondo, al tempo stesso di pittura, di geometria, di musica, ci accorgiamo di partecipare a una grande avventura fantastica.
  • Eugenio Giannì, Ferruccio Ramadori, n. 6 Collana d’arte visuale Contemporary Art, Ed. Guerra, Perugia 2005, p. 12.
  • Wassily Kandinsky, Punto, linea, superficie, 1926, ed. Adelphi Edizioni, Milano 1968, p. 6.
  • Giancarlo Mariani, Fiabe d’artisti, ed. Raetia, Bolzano 2001, pp. 44-45.
  • Ivi, pp. 26-27.
  • Paolo Nardon, Ramadori, Tra progettazione pittorica e poesia cromatica, catalogo della mostra (Potsdam, Altes Rathaus-Kulturhaus; Bevagna, Logge del Mercato Coperto; Berlino, Salone dell’Alfa Romeo 1995), Tip. Grifo, Perugia 1995, p. 5. Nel 2000 Ramadori tornerà ad esporre in Germania ad Erfurt, Palazzo Deutche Kreditbank, proprio con una mostra intitolata Sulle tracce della memoria, poi riproposta a Perugia, Spazio Arte.
  • Eliana Pirazzoli, in «Il messaggero», edizione Umbria, mercoledì 3 luglio 1985.
  • Mimmo Coletti in Ramadori, Tensione armonia e ritmi cromatici, a cura di Eugenio Giannì, Ed. Bonucci, Perugia 2003, p. 56.