Eugenio Giannì

Ferruccio Ramadori: Tensione, armonia e ritmi cromatici Eugenio Giannì Gettar luce nella profondità del cuore umano: è questa la vocazione dell’artista. Un pittore è un uomo che può tutto disegnare e dipingere. L.N. Tolstoj Da una visione d’insieme si potrebbe affermare che il Novecento è il secolo della sperimentazione. Dalla moda dei grandi stilisti all’arte variamente etichettata, dalla pittura alla scultura, dal teatro alla video arte, per arrivare all’attuale Nuovo Quadro Tecnologico, tutto ruota attorno alla ricerca di nuove tecniche di sperimentazione. Ramadori, il cui inizio in campo artistico si ha a partire dall’età di dodici anni, ha amato l’arte non come campo d’indagine ma come bisogno di esteriorizzare le suggestioni che visioni interiori suscitano in attesa di vedere la luce. La necessità di comunicare, mediante forme già presenti nella mente dell’osservatore, è così grande da impedire che influssi provenienti dall’arte “ufficiale”, o ufficializzata per scopi di mercato, intervengano a modificare il fine ultimo. Questo non vuol dire che le esperienze che hanno segnato il secolo siano passate senza lasciare traccia. E’ difficile, per quanto lontana da ogni volontà di “incasellamento”, che autori di rilievo non lasciassero il segno della loro presenza nella vita degli artisti alla ricerca di nuove forme d’espressione. Nell’arte di Ramadori, tuttavia, si percepisce sin dal suo sorgere un’individualità forte e penetrante, capace di reagire al conformismo e ai desideri di un pubblico volto all’evolversi delle mode. Quanto realizza non è il risultato di condizionamenti ma di riflessione sui trascorsi che dall’Astrattismo portano all’Informale. Arte del segno, questa la definizione dell’arte di Ramadori. L’artista non si limita, infatti, alla strutturazione dell’opera mediante note cromatiche ma lascia che sia la linea a primeggiare. Una linea forte, vibrante ed ariosa quanto malleabile; linea quale “segno”, che impone un’adeguata partecipazione ai fini di una corretta indagine, linea che non si disperde come spesso avviene in molta arte contemporanea, ma si sviluppa per descrivere e tratteggiare le campiture di cui lo spazio è punteggiato. Non la sperimentazione, perciò, non le motivazioni sociali, ma il segno è l’elemento sul quale si muove l’artista e per il quale si è affermato in Umbria come nei paesi che lo hanno avuto ospite: Germania, Austria, Svizzera, ecc. Del segno l’opera è espressione (Struttura e segno, 2002). Segno, che è tensione, armonia, ma anche ritmo. a. Tensione Ogni artista, in quanto creatore, deve esprimere ciò che gli è peculiare. W. Kandinsky Per quanto si sia parlato dell’opera di Ramadori come di una sorta di “neofigurazione”, nella realtà non è possibile annoverarlo tra i protagonisti di alcun movimento. Di certo si può dire che l’artista si muove per temi, che lo portano a varcare i confini, ma dove l’immagine femminile permane il mezzo trainante. Parliamo di “immagine femminile” semplicemente per rilevare la forte attrazione che ha nei riguardi della donna. Essa è presente non solo quando elabora soggetti “figurativi” ma anche quando la figurazione induce a pensare ad altro, a sfiorare i margini dell’astratto o dell’informale. L’immagine femminile, velata o espressamente visiva, è presente, sia per suggerire affinità concettuali, sia per determinare associazioni o metafore, come l’oceano delle acque del grembo materno. La donna come l’acqua: nel flusso rigenerante di un torrente impetuoso ci si ritrova a percorrere il passato che ha visto crescere e modificare l’esistente. E’ tale tensione che emerge dal tracciato dell’opera: voler essere in virtù della vita che ci ha modellato secondo le trasformazioni sociali ed economiche; riacquistare la libertà superando il divenire mediante l’atto creativo. Tra queste due sponde si origina la tensione che, non potendo modificare quanto è dato per accaduto, tende nell’arte di purificare il presente. Tensione non è solo passaggio dalla forma all’informe ma anche conseguenza di uno stato in continuo conflitto e declino, di intelletto e volontà, di grandezza e miseria, di essere e non essere. Sono le opposizioni a creare tensione nella creazione, poiché pongono l’artista nella difficoltà di una scelta superiore alle sue stesse possibilità. Sono queste, tuttavia, a rendere l’arte sublime, realizzatrice di un sogno diversamente impossibile. L’evanescenza, che spesso occupa lo spazio predominante, è la stessa che l’artista assegna, ad esempio, alla figura femminile: non per la sua impalpabile bellezza o fugace presenza, ma perché immagine in “movimento”, bagliore di sole. Ben inteso: Ramadori rifugge da ogni forma di bellezza che sia conseguenza di una imitazione, ma non è insensibile al fascino di quanto si pone come “involucro” della bellezza. Si potrebbe dire che l’artista non espone i sensi alla percezione del bello ma coglie mediante il pensiero l’idea del bello. Non a caso il percorso pittorico testimonia di atteggiamenti diversi, sia nella scelta dei soggetti, sia nella modellazione dello spazio, sia nei rapporti cromatici. Quando, ad esempio, perviene a percepire nell’oro l’essenza della “materia” piuttosto che del “colore”, l’artista non fa che accogliere un’idea cara ai pittori medioevali e ai decoratori barocchi, cioè di un colore atto ad esprimere lo “spirituale” e fornire, contemporaneamente, una visione “plastica”. Evitare l’uso del “pigmento” per accogliere quello della materia delle lamine d’oro, non è, perciò, un problema di cromìa ma di sostanza. E’ materico l’oro delle lamine, così com’è materico il supporto sul quale sono distribuite. E’ la forza della materia che suscita entusiasmo, passione, amore, prima ancora che il significato simbolico. Certo, che l’oro rimandi alla visione alchemica della vita, questo è vero, ma non è la ragione di base: la materia come colore offre all’artista di sentirne il peso, così come l’odore e la fragranza. All’osservatore non sfugge, infatti, la texture delle lamine, né il frastagliarsi della luce. Affacciarsi tra una sponda e l’altra, passare dal colore alla materia, è sì tensione, ma anche interesse per la creazione di uno spazio ricco di effetti visivi, atto a generare sentimenti oltre ogni possibile immaginazione. Ma tensione è anche “movimento senza moto” (Arnheim), ciò che pur non realizzando spostamenti “fisici” ne realizza uno a livello psicologico. E’ quello della luce che, sfiorando i colori, determina un movimento virtuale, da cui, appunto la tensione. Ma è anche conflitto, perché le “azioni” che si svolgono in periferia del soggetto si oppongono all’attrazione del centro: tra l’instabilità della periferia e la stabilità del centro si genera la tensione, chiamata a bilanciare le forze e stabilire l’armonia. Nell’opera di Ramadori è presente sia come bisogno di sfiorare i margini della composizione (spesso si ha la fuoriuscita del soggetto dai bordi) sia perché ogni blocco impone un “raccordo” delle parti. Si pensi al ciclo Eventi riflessi del 1999, ma anche a Triangolo, sempre del 1999. Ebbene, in tutti i casi ciò che emerge è la formazione di nodi ove la tensione è posta al massimo grado. Una tensione di natura psicologica, ma anche spirituale. Va affermato, infatti, che Ramadori alterna la ricerca tra l’alchemico e lo spirituale, e per quanto oggi si possa considerare concluso il ciclo, nella realtà permangono spazi dove i due poli continuano ad emergere. E’ il caso segnalato da Nardon quando rileva che l’artista è chiamato ad “equilibrare la continua tensione che si stabilisce tra le componenti razionali del progetto e quello lirico ed espressivo del colore”. Benché non sia venuto meno il colore come espressione di gioia ed esuberanza, può dirsi accentuata la sua presenza nelle opere che inaugurano il nuovo millennio. La ripresa non si deve all’esaurimento dei valori che la materia offre, ma ad una ragione di vita, ovvero all’estensione del piacere che l’arte contribuisce a creare. L’artista percepisce nel colore non solo la possibilità di creare spazi prospettici ma di realizzare la fusione tra reale e concettuale, tra visibile e invisibile. Il colore, oltre a suscitare sentimenti, è anche manifestazione di suoni, anche se inafferrabili, ma capaci di con-muovere l’osservatore. E’ ragione, in quanto la scelta è sempre dovuta ad un atto di riflessione su cosa si intende offrire, ma anche istinto, che non si può regolare, che viene dal profondo e opera indipendentemente dalla volontà. Ragione ed istinto sono le facoltà che Ramadori individua nel colore (Ritmi cromatici, 2003; Grande spartito, 2003), che danno vita a forme definite ma anche indefinite, evanescenti, come il suono che si libra nell’aria. Musica nello spazio, così ama definire l’opera che, dopo l’ultimo tocco, è posta alla parete. b. Armonia Ogni artista, in quanto figlio della propria epoca, deve esprimere ciò che è proprio di quest’epoca. W. Kandinsky Appare ovvio, dopo quanto si è detto, l’importanza che l’armonia riveste nell’ambito di una tensione tesa a ristabilire l’equilibrio. Il fatto che forma e colore non sono in antitesi ma si compenetrano per determinare un’armonica convivenza, è frutto del sano vivere che adombra l’operato di Ramadori. La cura, che l’artista manifesta nel rilevare i corretti rapporti tra l’azione fecondatrice della natura e quelle creative dell’uomo, è la stessa che attua quando si trova ad operare all’interno dello spazio compositivo. Se l’unitarietà dell’opera si ha, secondo Kandinsky, esprimendo ciò che è peculiare all’artista, secondo lo spirito dell’epoca e dell’arte in generale, il modo di operare di Ramadori è certamente il più consono. L’armonia che l’artista stabilisce tra toni diversi è la stessa che realizza tra il colore e la linea. Non solo accordo tra i primari mediante l’apporto dei secondari, ma anche tra le sensazioni. L’apprensione che sovente una nota cromatica suscita nell’osservatore, sia di eccitazione (come il giallo), sia di passione (come il rosso), sia di freddo o di distacco (come il blu), dimostra l’intento di fornire un insieme nel quale è racchiusa la totalità della percezione. Questo rapporto d’insieme comporta nell’opera un altro movimento: quello della dinamicità o della staticità del soggetto. Il movimento conseguito mediante l’ausilio di strutture che si portano al di fuori del campo tracciando dei percorsi in diagonale, si innesta e si armonizza con quello delle orizzontali in accordo anche al distacco tonale dei primari e dei complementari. Tale accordo consegue a ridurre in parte sia l’eccesso di movimento delle forze oblique sia di quelle orizzontali e verticali. Così il giallo si intensifica sino a perdersi nel verde; il blu si irrobustisce quando si accosta al rosso o al giallo, mentre viene a perdere consistenza quando si fonde col bianco. L’effetto eccitativo del giallo, quello rasserenante del verde o etereo dell’azzurro, è un chiaro richiamo ad una forma di armonia che, com’è stato rilevato, caratterizza l’attuale processo produttivo. Il fatto che l’interesse ruoti attorno al concetto di colore come “anima”, porta l’artista a volgere l’attenzione verso i rapporti di armonia che si stabiliscono tra le note musicali (Sinfonia notturna, 2002; Segni barocchi, 2003). Ricordiamo che Ramadori non sta pensando in questo momento a Kandinsky, tuttavia non possiamo che rilevare almeno alcune congruenze. Quelle, appunto, tra colore e suono. L’armonia di cui parla Ramadori è l’armonia del suono, e quando opera utilizzando pigmenti piuttosto che “movimenti d’aria” (quelli causati dal soffio all’interno di uno strumento o prodotti dalla vibrazione di una corda), è al suono che pensa. Dunque i rapporti non sono più a livello mentale accordi cromatici, ma accordi sonori, melodie. Si potrebbe dire che in Ramadori si ha il conseguimento di un’armonia d’idee, di pensieri. L’opera si alimenta d’idee; è il mondo della rappresentazione delle idee. Verrebbe da annoverare Ramadori tra i “concettuali”, per quanto irriducibile è la convinzione che il colore è suono, e che la forma è colore-suono. c. Ritmi cromatici Ogni artista, in quanto servitore dell’arte, deve esprimere ciò che è proprio dell’arte in generale. W. Kandinsky