Duccio Travaglia

Una cosa è sicura, che nella pittura di Ferruccio Ramadori non vale la mediazione sintattica o la suggestione formale, non conta la variazione cromatica o l'usurpazione prospettica, non serve la dominazione del turbamento o la perfezione del linguaggio: ciò che si scorge in queste opere non è nemmeno una recitazione fatta di struggimenti o di sensazioni ma una vicenda misteriosa mossa da straniamenti e da aggregazioni, da spessori e da trasparenze, da esagitazioni e da meditazioni in un calarsi della natura nelle spire straziate di una magica canzone senza melodia. Non so se è il caso di accostare queste splendide tele a quel verso del poeta francese quando diceva che "Laggiù cantava un re e nei cieli moriva un dio", eppure quale galanteria maledetta potrà mai avvolgere quelle donne regine ormai demonizzate tra colori sulfurei e sobillazioni sensuali così tentacolari nel loro sfinimento mai morbido di seduzioni e interrotto da antichi crepuscoli, lividi di lontani piaceri invocati? e quelle screziature che incrostano la vicenda astratta di Ferruccio Ramadori dove pare sempre di trovare la mollezza fragile delle cose ricordate e invece sono le stesse convinzioni espressive che depongono un fiore nascosto sugli altari dell'improponibile? Una pittura, questa, che non concede alla devozione lirica o alla liturgia del concetto ma investe tutta la motivazione di quello che è dentro di noi trasferendovi non una nozione figurale o un pegno estetico sebbene uno sconvolgimento di frequenze, l'interruzione delle armonie, la divisione asimmetrica dei volumi fino alla dissezione dell'immaginabile. E con la continuità di una tinta che scende come un'insinuazione nei sensi, tra i tumulti dell'irraggiungibile, come un timbro ineffabile di infinite disperazioni. Questa pittura di Ferruccio Ramadori crea senza solennità i significati dell'adorabile perdizione con un sottile tepore di acquosi illanguidimenti che non negano la promessa delle felicità ma annullano i piaceri della speranza formando nel loro tumultuoso avvicendarsi, tra immagini credute e profondità accarezzate, un magma ora drammatico ora allegorico di uno stile che non vuole effetti abnegazioni poetiche ma, finalmente, la derisione, l'asprezza, il silenzio.