Antonello Tonelli

Ferruccio Ramadori è un poeta, è abituato al verso e al suo ritmo, alla rima e al peso degli accenti: avverte intimamente, del reale, la cadenza che ne comunica il senso più intimo. Nella sua attività di pittore è comprensibile come questo suo essere poeta lo spinga più verso l'aspetto musicale della composizione pittorica, piuttosto che quello delle possibilità narrative. Leopardi nel suo "Zibaldone" ha scritto che "l'arte della poesia e della musica sono indivisibili e indivise" e oggi con l'esperienza delle avanguardie storiche (ricordiamo Kandinskij) e dell'astratto, sicuramente le arti figurative possono essere uno strumento luminescente che può legare poesia e musica. Immediatamente, al primo sguardo d'assieme, le opere di Ramadori si sono dimostrate come partiture per colore e segno. Opere che nascono da uno sforzo espressivo che prende forma intorno a una forte capacità ossessiva nello speculare sulle possibilità della musicalità del reale, delle suggestioni magiche che si possono ricevere dal contatto col non mimetico, quasi una trascendenza della natura. Infatti non c'è imitazione della natura, "mimesis" ma una continua ricerca nel trascrivere l'ineffabile, irrazionale in se, in termini pittorici. I1 continuo trascrivere le diverse vibrazioni che caratterizzano l'aspetto più profondo e misterioso della natura e della natura umana. L'ossessione per questa identificazione della quale parlo, porta alla produzione di un unico enorme quadro che, nella sua unicità, non si può mai ripetere perché riproduce il divenire del reale. L'oggetto di questa ossessione, se da una parte è la componente trascendente del reale e della natura, dall'altra è la stessa accanita volontà di identificare un linguaggio pittorico che consolidi un'estetica razionale dell'irrazionale, del musicale. Non si possono non trovare nelle reiterazioni di segni, nella scansione dello scavo dei bianchi nelle zone colorate, nelle trasparenze ellittiche che si rincorrono nel cromatismo primario, quelle stesse sinuosità elettroniche della musica di Gelmetti, Ambrosini, Sciarrino o del nuovo sinfonismo di Borio. Sembra di trovare nell'opera di Ramadori gli stessi echi, gli stessi riverberi della strumentazione contemporanea, che poi sono gli stessi che ci accompagnano quotidianamente nel nostro rapportarci alle cose, al mondo. In un quadro come "Sinfonia in verde e blu" si può notare al di là della metrica, dell'andamento melodico e timbrico dei toni, un vibrare di ombre, di presenze inquietanti, le stesse che popolano le nostre veglie. Si può sentire lo stesso fremere della vita. Dal verde nebbioso emergono corpi, visi, elementi vegetali, un groviglio di esistente ma come senza peso, capace solo di suggerire un umore universale, una volontà di abbandono, di distacco dall'immanente per poter cogliere della realtà soprattutto gli eterni richiami a un sentimento cosmico della natura e della poesia.