Antonio Carlo Ponti

L'arte contemporanea è il risultato di una grandiosa "frattura in campo esteticosociale quale non si era mai verificata precedentemente nella storia dell'umanità" (Dorfles). Per esemplificare, diremo che il dibattito artistico di quasi un secolo si è incentrato sulla dicotomia "realismo" "astrattismo", poli di due concezioni visioni: tradizione e rivoluzione, "figura" e "idea" e così via. È stato tutto un migrare di artisti inizialmente "oggettivi" verso un divenire "soggettivo", aperto (mimetismo come chiusura, ecc.). Di contro, pochi, o almeno non significativi, i "ritorni", i "pentimenti". Il caso di Ramadori che da tempo seguo sia nel suo lavoro di poeta sia di pittore è emblematico. Anche se non è stato mai "realistico", lenticolare, né tanto meno "citazionista", tuttavia per la sua stessa origine valnerinese (quindi di un'Umbria gelosamente angusta e primigenia), non poté non esordire con cromatismi terragni dove "figure" tra il mitico e l'arcadico erano come velate da artifici linguistici, ma avvertibili non foss'altro come presenze, sorta di genii loci ammiccanti. Però, ed è qui la novità, queste lastre di zinco lavorato e dipinto, aree e solenni, ascetiche e memoriali, provengono anch'esse dalla 11tebaide" naturale, dalle prime prove accademiche, quindi nunc ritornano, anzi coabitano con le tele rastremate di verdi umbri e di azzurro; ricorrono; insomma, i medesimi motivi, momenti, moventi figurali, mutano solo superficie, facce di quel fluttuante Giano inconoscibile che è l'arte d'oggi, vitalisticamente errante tra le ragioni, appunto, del realismo e dell'astrattismo, dell' "imitazione creativa" del mondo e dell' "interpretazione trasgrediva" della società. Ramadori sta dentro questa iberbole contraddittoria, attento, e adirato quanto basta.