Paolo Nardon

Tra progettazione pittorica e poesia La forma della tela è il primo limite cui l'artista è chiamato a sottostare. Dopotutto egli non può fare a meno di creare opere relegate all'interno di una superficie definita: l'esiguo perimetro del quadro. Dunque, la forma prescelta dall'artista per realizzare l'opera è il più delle volte, il prodotto di una scelta arbitraria, che impone però, delle scelte compositive che sottostanno a dei precisi vincoli formali, cui le differenti conformazioni dei supporti sembrano obbligare. Ramadori utilizza tele triangolari, quadrate, circolari e semicircolari, rettangolari e ovali, secondo l'estro del momento, ma soprattutto operando precise scelte progettuali. Egli è consapevole che le varie forme delle tele posseggono una loro potenza propria: una potenza del supporto che generalmente non viene percepita come tale, ma che è comunque in grado di influenzare profondamente l'opera. Le tele infatti non sono semplici supporti, sono come le generatrici di composizioni che potenziano le loro qualità evocative ed espressive a partire dalle differenti forme di volta in volta impiegate dall'artista. I quadri sembrano dilatarsi per effetto di un colorismo esasperato, forse utilizzato dall'artista per meglio affrancarsi dalla costrizione della forma, quasi negandola con un impeto cromatico che vorrebbe trascenderla. Allo stesso tempo le forme: quei segni forti disseminati sul quadro fanno da argini o da zone di confine; sono barricate erette per frenare l'invasione del colore e il suo incontrollabile debordare. Talvolta le forme diventano tracce leggere, striature sottili come sedimenti dispersi dal colore. Eppure quelle forme, a ben guardare celano al loro interno dei mal dissimulati propositi: intenzioni e progetti dell'artista. Egli crea in varia guisa, fitti tracciati, perimetri vaghi e indefiniti, eppure palpabili, capaci di dinamizzare le masse cromatiche, chiamate anch'esse a movimentare il quadro; ne risulta una sorta d rapporto dialettico tra forma e colore, così tipico dell'opera di questo artista. Non a caso il titolo della mostra è "Tra progettazione pittorica e poesia cromatica"; ed è proprio nel rapporto tra gli obblighi imposti dalla forma e le libertà talvolta eccessive e forse arbitrarie perpetrate dal colore che l'opera di Ramadori acquista tutto il suo valore artistico e conoscitivo. Nelle sue creazioni egli deve equilibrare la continua tensione che si stabilisce tra le componenti razionali del progetto e quelle lirico espressive del colore; tutto ciò richiede sapienza tecnica e partecipazione emotiva; dopotutto l'opera si manifesta sempre come una sfida al vago e all'indefinito e parimenti al troppo strutturato e al formalistico. Non bisogna credere infatti che forma e colore siano in antitesi, anzi essi devono convivere e in qualche modo compenetrarsi, allo scopo di realizzare quell'insieme armonico che è l’opera. E sono armoniosi nel loro insieme i quadri di Ramadori; di primo acchito, sembrano invasi da una sorta di magma coloristico: da nebbie o nuvole che ammantano tutto col loro baluginio; facendo attenzione però si vedono emergere forme che sono come i cardini della composizione, le coordinate che permettono di rintracciare in quel ribollire una sorta di ordine o di regola. II suo lavoro, infatti va a collocarsi a distanze siderali da un certo qual naturalismo descrittivo; le atmosfere sono vaghe e indefinite fatte di trasparenze e di velature sottili, talvolta rese grevi da colori bituminosi e impenetrabili i quali rimandano ad altrettanto oscuri paesaggi interiori: sono luoghi della memoria in forma di suggestioni coloristiche; sono le descrizioni poetiche di sensazioni rimaste a lungo depositate nell'interiorità. Ne risultano come dei residui poetici: essenze di cui è evidente l'aleggiare pacato e senza tempo; sono dicevamo, vaghe nebbie sfumate dal ricordo e dalla nostalgia, vivificate dal desiderio. Anche nei suoi nudi di donna la forma, quasi sommersa dal colore, riemerge in alcuni frammenti, nei particolari di un volto, o di un corpo, cui vanno a sovrapporsi vampe colorate che sottendono il gesto compiuto dall'artista nell'atto di scomporre quelle forme sensuali, non tanto per nasconderle, per celarle allo sguardo, quanto piuttosto per attivare quella facoltà fantastica che consente all'occhio della mente di ricavare l'intero dal frammento, per mezzo, si direbbe, di un'induzione visiva. Dopotutto come non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire non c'è occhio più acuto di chi desidera vedere. Infatti, osservando attentamente, assistiamo ad un compenetrarsi delle forme che liricamente si animano, per effetto di un particolare cromatismo capace di renderle maggiormente espressive. Quelle raffigurazioni di donna sembrano perdersi tra tessere di mosaici che oscuramente sostituiscono parti del corpo, occultandolo o assorbendolo, mentre le loro silhouette frammentate vengono a trovarsi in profondità, dietro un vetro spesso, come di acquario, con lo sguardo rapito o assente che volge lontano, forse verso l'interno della tela, o verso uno sfondo, dove, quasi rapite, diventano parte integrante delle suggestioni cubiste ben temperate da accessi di matrice informale, così caratteristici del lavoro di Ramadori; sono come immobilizzate le sue donne, imperfettamente mimetizzate, forse in attesa del compiersi di una metamorfosi, che le trasmuterà in puro colore o in pura forma.