Giorgio Bonomi

Dopo Nietzsche si è soliti parlare di dionisiaco e di apollineo, intendendo col primo concetto un fare passionale, emotivo, eccitato e col secondo una pratica serena, armoniosa, luminosa. Questi due concetti possono servirci per comprendere più profondamente la pittura di Ferruccio Ramadori.

Questo artista esercita o, meglio, vive la pittura: la sua è una pittura fortemente emozionale, non razionale che non significa che sia illogica, infatti segue una logica particolare, quella della pittura, consistente nella composizione, nel colore, nel segno che vengono articolati sulle tele in perfetta armonia.

Così quei due concetti, espressi dal filosofo tedesco ne La nascita della tragedia che appunto trovavano una sintesi nei grandi autori tragici della Grecia antica, in Ramadori si alternano e si compenetrano tanto da avere una pittura ora più gestuale e intuitiva ora più equilibrata.

Credo che anche la musica ci possa aiutare ad introdurci nell’intimo dell’arte del Nostro, infatti, a parte il fatto che alcune opere sembrano una sorta di spartiti musicali colorati, il ritmo dei colori e dei segni trova degli accordi che si potrebbero definirsi, proprio per usare alcuni concetti presi a prestito dalla musica, “andante con moto” se non proprio “adagio” e, in altre occasioni, troviamo dei “presto” e dei “prestissimo”.

Con tale richiamo alla musica viene spontaneo un riferimento ad un’altra caratteristica dell’arte in generale e di quella di Ramadori in particolare: il senso del tempo. 

Questo, assieme allo spazio, è la categoria che avvolge il destino dell’uomo, può essere il foscoliano “reo tempo” ma anche quello della felicità, quello indicato con la “freccia” che imperturbabile va avanti senza soluzione di continuità o quello interiore bergsoniano, quello per cui un attimo dura un’eternità e quello per cui una lunga durata pare un attimo. 

Musica, tempo e, quindi, anche movimento; questo è la condizione dell’essere che non è mai lo stesso, che muta in continuazione, essendo esso stesso e ciò che lo circonda in perenne cangiamento: così nelle opere pittoriche di Ramadori vediamo i segni e i colori che si rincorrono, ora in fuga verso l’esterno ora, con moto centripeto, verso il punto focale del quadro.

Orbene, il nostro artista riesce a “contenere”, proprio grazie alla pratica estetica, quel senso di “esplosione” che spesso è della natura e dell’individuo e, come tale, è anche nell’opera che dà, così, all’osservatore una quantità enorme di stimoli emotivi e riflessivi, perché l’arte, quando è tale, muove il sentire più intimo e, allo stesso tempo, le meditazioni della ragione.  

L'esuberanza pittorica di Ferruccio Ramadori non può essere contenuta nella tela. Le opere, la cui composizione rimanda ad uno sguardo ascensionale che avviene per lande verticali, cariche e ridondanti. C'è una sensualità pittorica volitiva e una capacità di suggestione notevole. Al gusto della scomposizione degli spazi unisce quello per le tinte forti, senza infingimenti lirici. Non gli sono estranei certi sviluppi dell'informale spoletino, anche se, ovviamente, rivissuto con sentire proprio e senza timori di figurazioni, mai realistiche e sempre ricomposte dall'originaria sconnessione. La visione della vita di Ramadori non cede al compatimento o, viceversa, al ludico: è una maschia accettazione di cui l'arte è mezzo, con la sua rappresentazione, oppure è essa stessa fine, come attività dell'uomo.